Château Musar, dal Libano…con passione

30/11/2017

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di Giuseppe Motisi 


Ammaliante, sconcertante, sorprendente.

Un sorso di vino della cantina libanese Château Musar è un concentrato di emozioni, meraviglia e stupore che a stento riesce ad essere descritto con aggettivi adeguati. L’impatto con i sapori ed i profumi di questo vino figlio di un terroir mediterraneo a cavallo tra Asia ed Europa, ricco di storia e suggestioni, è un’esperienza che obbligatoriamente va vissuta con meditazione e trasporto, evitando parole e razionalità che soffochino il piacere di lasciarsi abbandonare alla sensualità di antichi vitigni dalla sorprendente modernità.

Ad offrire l’occasione di conoscere Château Musar e, contestualmente, un significativo pezzo di storia dell’enologia è stata di recente la delegazione di Roma dell’Onav – Organizzazione nazionale assaggiatori di vino, che lo scorso 15 novembre ha organizzato una serata di degustazione dedicata ai rossi della cantina libanese con la partecipazione diretta del suo attuale titolare, Marc Hochar. Ad accompagnare i presenti in questo viaggio enologico verso Oriente è stato Alessandro Brizi, caporedattore dell’house organ di Onav ‘L’Assaggiatore’.  

“È un vino che si ama o si odia, senza mezze misure. E ritengo che l’approccio migliore per apprezzarlo sia quello di degustarlo col cuore”, ha affermato Vito Intini, presidente nazionale dell’Onav, in apertura di serata. “Non mi piacciono i giri di parole che precedono le degustazioni, creano aspettative e condizionano i gusti – gli ha fatto eco Marc Hochar -. Penso invece che il nostro vino vada bevuto liberamente, lasciando ad ognuno la possibilità di elaborare una propria interpretazione”. La proposta Château Musar per Onav Roma ha seguito un percorso verticale articolato su sei annate di rosso: 2009, 2006, 2004, 2003, 1998, 1997. Inevitabile premessa alle degustazioni è stata una sintetica panoramica sulla storia della vite in Libano e di Château Musar. 


Viticoltura libanese

“La coltivazione della vite e la vinificazione hanno avuto origine nell’area del Caucaso, per poi spostarsi verso Iraq e Iran e, di qui, al Mediterraneo – ha spiegato Alessandro Brizi -. In questa migrazione della pianta il Libano dei Fenici è stato quindi il primo paese del bacino mediterraneo a sperimentare la viticoltura, con positivi risultati che hanno spinto le popolazioni fenicie ad esportare il loro vino in tutti i paesi del Mare Nostrum -. La produzione enologica in Libano ha dunque una storia millenaria interrottasi solo con l’avvento dell’Islam, e riattivatasi tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando il paese divenne un protettorato francese”. È in questo periodo che entra in scena la famiglia Hochar. “Nel 1930 Gaston Hochar, estimatore e conoscitore delle tradizioni vitivinicole del paese, dopo avere a lungo viaggiato e visitato la regione bordolese, colpito dalle similitudini di clima e terreno, decise di dedicarsi alle vigne ed alla produzione di vino – ha precisato Brizi -. Gaston, nonno dell’attuale proprietario Marc, iniziò a piantare Cabernet sauvignon, Carignan e Cinsault per ottenere vini particolarmente apprezzati dalle truppe francesi di stanza in Libano. Il successo dei suoi vini fu travolgente e continua ancora oggi con la terza generazione degli Hochar”.

Le viti di Château Musar si trovano sull’altopiano della Bekaa (altitudine di circa 1.000 metri sul livello del mare) a 30 chilometri a sud di Beirut, verso il confine con la Siria; in questo territorio a storica vocazione agricola, dove si coltivano anche frutta e verdure, l’acqua è abbondante, il terreno è argilloso-calcareo e l’escursione termica notevole. Il particolare microclima della valle della Bekaa favorisce perciò un sano sviluppo delle viti, che crescono libere a terra senza soffrire delle comuni patologie che colpiscono la pianta: i vigneti della Bekaa non hanno mai conosciuto la fillossera e la peronospora


Vitigni, vendemmia, produzione

A Château Musar si coltivano antichi ceppi di Cabernet sauvignon, Cinsault, Carignan, oltre ad arcaiche uve locali a bacca bianca come l’Obaideh e la Merwah, che l’enologo dell’azienda Tarek Sakr crede di avere identificato nel vitigno Timorasso. 

Assai particolare è l’allevamento delle viti, condotto senza sostegni con sistema ad alberello basso e tralci a terra, lavorando il terreno a mano prima del germogliamento per eliminare le erbe infestanti e le tante pietre. Va da sé che dopo la formazione dei tralci è impossibile entrare nel vigneto se non per raccogliere, a mano e da terra, l’uva in fase vendemmiale; di conseguenza la resa è molto bassa, intorno a 25 quintali per ettaro. Quanto all’irrigazione essa non è necessaria, mentre nel complesso questa tipologia di viticultura è improntata al massimo rispetto della natura: nessun utilizzo di prodotti chimici, nessuna chiarifica, nessuna filtrazione, imbottigliamento dopo 3 anni e lunga attesa di 4 in bottiglia. Durante la vendemmia le uve vengono raccolte separatamente, caricate su camion ed inviate alla nuova cantina di Ghazir.

La produzione enologica di Château Musar, oggi di circa 260.000 bottiglie l’anno, è naturalmente influenzata dalle vicende geopolitiche del Libano, che in passato è stato teatro di aspri e sanguinosi conflitti come la guerra civile iniziata nel 1975 e protrattasi fino al 1990, nel corso della quale le lavorazioni dell’uva sono state, eufemisticamente, difficoltose. È stato un periodo che, in più occasioni, ha impedito alla cantina libanese di produrre e distribuire regolarmente vino: i colpi di mortaio e le raffiche di mitra condizionarono l’arrivo delle uve nelle vasche di lavorazione, ed il vino venne mantenuto in cantina per qualche decennio. Ma, fatto incredibile a dirsi, i risultati enologici di alcune annate ‘belliche’ stappate di recente sono risultate integre e ricche di profumi e sapori complessi ed affascinanti, a dispetto degli indicibili strapazzamenti a cui sono state sottoposte.