“Blinded by the Light”

05/04/2018

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di Marco Rossi


“Blinded by the Light”

...cantava Manfred Mann sulle parole di Bruce Springsteen

Cosa c'entra con le nostre avventure da argonauti enoici poco avvezzi al convenzionale? 

C'entra e come, immaginatevi uno dei territori vitivinicoli con il più alto numero di ore di luce al mondo, un luogo magico in cui il mare e la pietra amplificano ancora di più la forza naturale di questo apollonico deus ex machina del ciclo vegetativo. Aggiungete la delicata voce di una produttrice che incoraggia e indirizza i suoi vini come fossero pargoli la cui energia necessita di essere incanalata per esprimere al meglio l'eleganza e la leggiadria nascosta sotto il muscolo teso.

Siamo a Suvereto e stiamo parlando dell'evoluzione di una delle cantine più belle d' Italia, Petra condotta dall'affascinante e aggraziatissima Francesca Moretti.

Abbiamo avuto l'onore ed il privilegio di partecipare ad una segretissima ma lucente degustazione in anteprima delle nuove annate dell'azienda, rimanendo abbagliati dal diafano racconto che Francesca e l'enologo piemontese Giuseppe Caviola hanno plasmato e soffiato a favore dei pochi fortunati presenti all'interno del bellissimo spazio Milanese “Nonostante Marras”.

Suvereto è un territorio vocato all'agricoltura e alla viticoltura già da epoca antica e in qualche modo l'innamoramento di Francesca Moretti verso questo angolo di Maremma non fa altro che dare continuità all'opera iniziata da Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone e creatrice del “Giardino della Principessa”. Esattamente come per la dama francese, anche per l'esponente di Terre Moretti il progetto non è costituito da solo belle parole ed elegante conduzione agronomica ma anche da tanto impegno e ardita progettualità che parte dal recupero dei giardini fino ad un progetto architettonico, unico nel suo genere e a bassissimo impatto ambientale.

La cantina di Petra firmata dallo svizzero Mario Botta, i vigneti, la pietra, il sole e la famiglia Moretti danno vita ad un taglio, che di bordolese (nell'accezione enosnob del termine) ha ben poco. Petra è una lama tagliente espressione di un wabi-sabi che riporta, si all'imperfezione e al limite umano ma che, a sua volta esalta il lavoro concettuale e fisico dell'uomo che strappa ad un magma di stereotipi un vino esile ed elegante lavorato in sottrazione e sussurrato come risulta Petra 15.

Tante parole per giungere ad un concetto semplicissimo, il nuovo corso, nato più da un'opera di cesello che di cambio di direzione dell'azienda, dona la vita a vini Bio e rispettosi dell'ambiente che si liberano della sovrastruttura e della potenza tipici dei vitigni internazionali che si sono espressi al meglio in questo lembo di terra tra Grosseto e Livorno. Il concetto giapponese di wabi-sabi torna nuovamente in quanto questa opera di evoluzione è ancora incompiuta e magari non giungerà mai al porto sicuro della completezza poichè, Francesca, se pur non ami molto parlare, comunica molto e nel suo sguardo attento nasconde la scintilla del fare...siamo curiosi di vedere dove ci traghetterà accompagnata dall'esplosivo Beppe Caviola.

Nel degustare i nuovi vini della cantina di Suvereto, alcuni assaggi ci hanno convinto più di altri ma considerando che è solo dal 2014 (sappiamo bene che annata sia stata) che il sopra citato tandem di lavoro è all'opera, è evidente come la trama tra progettualità, obiettivo e clima si stia intrecciando al meglio. 

Riporto di seguito alcune considerazioni sulle etichette (in verità la maggior parte delle bottiglie ne erano ancora sprovviste trattandosi di una vera e propria anteprima in alcuni casi) degustate, tra appunti, schizzi di penna e memorie gustative:

Hebo 2016 (Cabernet Sauvignon 50% - Merlot 40% - Sangiovese 10%)

Già dal colore si palesa il lavoro sviluppato prima in vigna e poi in cantina teso a ridurre l'estrazione e la concentrazione “alleggerendo” un vino già nella sua carica antocianica decisamente poco varietale. Profumi fragranti e distanti dalle confetture o macerazioni, la mora e una leggera prugna seguite da una violetta riconducono verso i vitigni internazionali ma ne sono un fine richiamo, esattamente come la leggera speziatura dolce che svela l'affinamento in barrique senza “urlarlo”. Diviene evidente l'indirizzo e il progetto di Francesca e Beppe.
Al palato il vino si presenta teso e scattante con una buona persistenza e avvolgenza. Sapidità in primo piano con una leggera nota alcolica che ancora marca il sorso, tannino deciso ma abbastanza ben integrato per un vino che richiama la beva anche grazie ad una buona freschezza.

Confrontando questo vino con Hebo 2015 si comprende in pieno il percorso di Petra, qui il concetto è analogo, l'annata importante ha spinto a “sottrarre” leggermente di più mentre enologo e vigneto imparavano a conoscersi. Non è mai semplice entrare a lavoro in corso d'opera ma il Nostro Piemontese lo ha fatto sapientemente e senza grandi proclami, curvando delicatamente per raggiungere gradualmente il rettilineo disegnato assieme a Francesca.

Abbiamo degustato poi QuerceGobbe 2015 e 2014 (entrambi 100% Merlot).

Vini scattanti e poco identificativi del vitigno, il primo sia nell'aspetto che al naso mentre il secondo nel bouquet lascia spazio a qualche richiamo erbaceo poco invadente e chiaramente figlio di un'annata fredda e avida di luce anche in un territorio notoriamente abbracciato dal sole. Al palato rispetto all'armonioso blend di Hebo, QuerceGobbe 2015 lascia entrare nel suo tessuto un tannino non perfetto che frena leggermente lo sprint da centometrista di questo sussurrato merlot, la 2014 invece risulta tesa e verticale, pronta e aggraziata, leggermente austera ma con fini richiami a terre che con il merlot hanno poco a che fare.

Ho lasciato volutamente per il finale il binomio Petra 2015 e 2014 (Cabernet Sauvignon 70% - Merlot 30%)

Un po' per rispetto verso il cru che riporta il nome dell'azienda che è figlio di luce e roccia (Petra significa appunto pietra) un po' perchè soprattutto l'annata più recente ha catturato il mio palato nella serata di assaggio. 
Scarico, di un rubino lucente con un gran bel balsamico in evidenza al naso ed elegantissimo richiamo ai due vitigni impiegati, senza però essere assolutamente banale con punte di grafite e polvere da sparo a fare da contorno. Non serve “scappare” dal Cabernet quando lo si esprime così bene. Beppe ci ricorda che ogni vino è figlio del suo tempo, ma esistono secondo me anche vini che travalicano il tempo stesso senza dover necessariamente seguire i trend e le mode. Petra 2015 è rapido, agile e al palato si scatena una avvolgente danza tra alcol perfettamente integrato, elegante tannino e spiccata acidità. Il muscolo è quello di un Bolle e non di certo di un giocatore di Football Americano (con rispetto parlando), longilineo, elegante e sinuoso.
In questa trasformazione della materia, Petra 2014 è evidentemente il primo scalino di evoluzione, leggermente più verde anche a causa della famosa annata “fredda” e con persistenza assai limitata rispetto alla sua immagine riflessa nell'annata successiva. Comunque elegante e di facile beva, sorprendente nel rischiamo al sorso per un vino che nell'immaginario collettivo riconduce a quel mondo ad esso confinante situato in provincia di Livorno.

Per concludere ritengo che l'opera di sottrazione che è stata fortemente voluta da Francesca Moretti sia un percorso identitario notevole e molto più vicino alla sua persona. Sicuro che negli anni Beppe Caviola ci regalerà qualche sorpresa mi auspico che questo assottigliamento non venga portato verso l'estremo prestando il fianco ad un alcol che è figlio di un territorio che lascia pochissimo spazio di manovra in vigna tra note di non perfetta maturazione e sentori opposti di surmaturazione. 

Il sole, illumina Petra.