Sei mai stato dentro un acino? Viaggio nelle Langhe di Ceretto

24/05/2018

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di Mattia Cialini

Sono un (ex) ragazzo, tanto fortunato. Mi ci portano, nelle Langhe. Col naso schiacciato contro il finestrino, mi beo del verde che avvolge le forme sinuose di questa terra. “Era secco ovunque, la scorsa settimana - mi diranno all’arrivo – la primavera è esplosa tutta insieme”. Col senno di poi, la consapevolezza delle fortune che si sommano, mi si scioglie in dolce tepore. E in un sorrisetto ebete che non mi si spiccica dalla faccia.

Ma prima dello sguardo da pesce lesso, mentre sono in macchina, i miei sensi sono acuti. La destinazione esatta del viaggio è un mistero. “Andiamo a vedere una cantina – mi dicono – è una sorpresa”. Usciamo da Alba, lasciandoci alle spalle un vero vitel tonné e un gelato, ça va sans dire, alla nocciola. La mia mente saltella da un nome all’altro dei produttori della zona, dal più intimo a quello roboante. “E’ Tizio? E’ Caio? Quante bottiglie fa?”. Non l’azzecco, e meno male. Perché quando l’auto inforca la salitella e scorgo l’indicazione “Ceretto”, arriva tutta insieme la botta dell’effetto wow.

Siamo nella tenuta Monsordo Bernardina, una delle quattro dell’azienda, quella che funge da quartier generale. Architettura d’avanguardia: qui si degusta, si vedono vigneti da cartolina e si ammirano le Langhe da un punto di vista privilegiato: manna per gli enoturisti di ogni risma. Ma non è un set, ci sono anche gli uffici amministrativi del gruppo. E, soprattutto, qui si fa il vino per davvero: la cantina è tanto pregevole, quanto funzionale.

Fortuna nelle fortune, a condurci per mano nel percorso tra l’esuberanza primaverile esterna e la sabauda eleganza interna, è Roberta Ceretto. Magari avrebbe volentieri passato il sabato in famiglia, invece sfodera un sorriso dolce e sincero che è un balsamo. Risponde garbata alle domande che mi passano in testa e mi intriga con aneddoti e chicche sulla storia dell’azienda. E’ lei il trait-d’union tra arte e artigianato che contributi diversi concorrono a definire l’universo Ceretto. Un ecosistema vasto e composito, che spazia dal genio (tristellato Michelin) Enrico Crippa, chef del ristorante Piazza Duomo di Alba, al Bricco Rocche, etichetta che vanta la più piccola menzione geografica fra quelle delineate dal disciplinare del Barolo, passando per il Cubo, opera contemporanea d’impatto nella tenuta in Castiglione Falletto. E poi: l’attenzione per il Moscato d’Asti, quello buono, e l’enorme lavoro per valorizzarlo, la genesi dell’Acino, altra futuristica creazione che si affaccia sui filari di Monsordo Bernardina. C’è poi il Blangé, impossibile non parlarne. Se ne fanno 600mila bottiglie l’anno, le altre 16 etichette di Ceretto, tutte insieme, non arrivano a una produzione di questa portata. “Può esser criticato – sorride Roberta – ma è grazie al successo del Blangé se ci siamo potuti permettere la conversione al biologico e tutti gli ultimi grandi investimenti”. Un fortuna inattesa, esplosiva, quella di questo Langhe Doc Arneis. Figlia di un vino semplice e “fruttoso” che, complice il disegno rivoluzionario dell’etichetta (di Silvio Coppola), è diventato un must commerciale.

Scivolano veloci gli attimi nell’incanto di Ceretto, tra la regale barricaia e due passi nel suggestivo panopticon dell’Acino, sorseggiando il Barolo Prapò e il Barbaresco Bernardot, entrambi 2014, che, appena usciti, godono già di una meravigliosa bevibilità figlia dell’annata.

Rimetto piede fuori dalla porta. Il cielo azzurro, i colli smeraldo, in mano un calice che roteo con voluttà. E’ l’istante in cui mi spunta il sorriso ebete.


NOTE DI DEGUSTAZIONE


Arneis Langhe Blangé 2016

Paglierino luminoso, impatto olfattivo citrino, poi biancospino, ginestra, pesca e frutta tropicale. Sbuffo iodato. In bocca sorprende l’immediata piacevolezza e la fresca, semplice bevibilità. Vitello tonnato.

Barolo Prapò 2014

Color rubino, esprime un naso complesso che spazia tra rose, iris, fragole e ciliegie, sottobosco, cioccolato, caffè. Sorso giovane e fresco, tannino sferzante ma la beva è già ottima. E diventerà meravigliosa. Lungo il finale. Filetto di manzo ai porcini.

Barbaresco Bernardot 2014

Un rubino che brilla nel calice. Profuma di violetta, melagrana, arancia sanguinella, fragoline di bosco e mirtilli. Soffio balsamico. E poi cacao, torrefazione, grafite. Sorso preciso quanto il profumo: suadente, godibile nell’immediato, straordinario tra qualche anno. Tannino di estrema eleganza. Grande persistenza. Guancia di vitello brasata.