Il Lambrusco alla conquista della Toscana

14/02/2019

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Diciamo la verità, quanti immaginano il lambrusco come un compagno ideale di merende, accanto ad uno gnocco fritto, una salamella, una piadina con lo squacquerone e due foglie di rucola?

Robe semplici per un prodotto inchiodato al livello di vino grossolano e immediato. Per fortuna c'è chi, come il pluripremiato Sommelier Davide D'Alterio, neo-Ambasciatore del Lambrusco per il periodo 2018/2019, ha saputo ricercare, studiare e scoprire le mille virtù di un prodotto le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Non stupisce il fatto che la Vitis Labrusca sia probabilmente la progenitrice della maggior parte dei vitigni correnti in uso. Perché? Perché porta con sé la storia delle difficoltà vissute nei secoli dagli agricoltori primitivi nel cercare di addomesticarla, rendendola ermafrodita, meno produttiva ma con più qualità del frutto. Un piccolo Amarcord felliniano rimane, soprattutto nel Sorbara, dotato di acinellatura dovuta alla differenziazione sessuale (femminina) che necessita di altra pianta (in genere Salamino) per l'impollinazione floreale. E' quanto accade anche al Picolit in Friuli, alla Pepella in Campania e pochissimi altri al mondo!

Ritorniamo al "lambruschino", magari nella sua bella lattina retrò anni '60 (detto tra noi comunque il recipiente migliore per esaltare le bollicine); quanto conta una corretta comunicazione, onde evitare pesanti danni commerciali, cui porre riparo è arduo e faticoso. Tante le combinazioni possibili, sia in purezza che in blend, con fermentazioni spontanee o lieviti selezionati, in tini di acciaio o legno, charmat, metodo classico o ancestrale (c.d. "col fondo"), pari a quelle di un cubo di Rubik.

In questo rompicapo enologico, nella splendida cornice di Villa Severi ad Arezzo e grazie alla Delegazione A.I.S. guidata da Massimo Rossi, Davide ci prende per mano con la sua bravura, con passione e abnegazione, togliendo il velo di ipocrisia e prevenzione usato nei confronti di un mondo misterioso e proponendo 5 aziende memorabili.

La prima etichetta, il "San Vincent" di Gianluca Bergianti appare subito rosa chiaretto, lievemente torbido nel bevante. Sintomo di artigianalità indubbiamente, ma soprattutto di rifermentazione in bottiglia a mò dei contadini del bel tempo che fu. Naso di frutta rossa e fiori appena colti, al gusto cresce per note agrumate, balsamiche, saline (date dalla presenza discreta dei lieviti). Espressione sublime di vita, sembra di mordere un'arancia rossa con tutte le sue fibre. Produttore della zona di Carpi, lontano dai siti storici e dai riflettori. Biodinamico in purezza, Gianluca non manca di aiutare chi è in difficoltà, come i ragazzi autistici che lo seguono nelle operazioni in vigna. Botti di cemento per 36 mesi prima di essere commercializzato.

Passiamo ondivaghi verso un meraviglioso metodo classico "Trentasei" di Cantina della Volta. Terreni alluvionali che donano al vino un petillant fine e persistente color cerasuolo dai vividi riflessi rubini. Già da lontano emerge un file rouge fatto di fiori rossi, frutta acerba al ribes e lampone. Erbaceo. Bocca piena, voluminosa, il lampone diventa quasi gelèe e chiosa su una sapidità a dir poco vibrante dai tannini non invisibili. Azienda di Bomporto vicina alle famose Chiuse di Mantova, Cristian Bellei vuole omaggiare il padre Beppe forse il primo in tutto il Centro Italia ad avviare la tecnica della spumantizzazione.

Charmat (e che Charmat) per il terzo in batteria Cantina Paltrinieri "Lariserva". Le bollicine lente e finissime ingannano i sensi, smitizzando leggende di degustazione. Ciò che davvero importa è il contenuto. Colore giallo sabbia, quasi champagne. Note olfattive di frutta morbida, mielosa, fiori di zagara, ginestra e spezie dolci. The yellow submarine dei Beatles. Al palato troneggia una acidità da pesca bianca, mela verde e scorzetta di cedro. Per nulla sapido, molto avvolgente. Tra i fiumi Secco e Tanaro campi d'elezione per il Sorbara è nato casualmente dall'averlo dimenticato per un anno con ancora i lieviti in sosta. Unica Riserva assaggiabile e il primo ad evitare blend con altre tipologie, preferendo la purezza.

Continuiamo col "Rossoviola" - Vigneto Saetti, 100% naturale dal tipico colore rosso purpureo, scuro e intenso. Niente solforosa aggiunta, in rispetto alla filosofia di Steiner. Naso da visciola matura ed amarena Fabbri e petali di violetta macerati. Nulla di più, nulla di meno. Gradevole ed agile, la sua freschezza di ciliegia, la lieve balsamicità e una speziatura nera lo rendono adatto allo zampone e/o cotechino delle feste. Etichetta satinata su ogni bottiglia, vino elegante sia dentro...che fuori.

L'ultimo campione in assaggio è il "Fontana dei Boschi" di Vittorio Graziano, "IL" Lambrusco per antonomasia. Veste violacea dai sentori ancora di botte, vinosi, potenti. More selvatiche, chiodi di garofano e vin brulè uniti a petali di rosa appassiti. Gusto tonico, asciuga tutto grazie ai tannini poderosi. Agrumi e mineralità fanno da cornice ad un Grasparossa strutturato che ti riporta alla memoria nel passato, quando si vinificava in maniera naturale raccogliendo le uve solo in stato di maturità avanzata. Un viaggio nella memoria accompagnati da un grande Maestro come Davide D'Alterio