Tabarrini, il Sagrantino tra innovazione e tradizione

04/03/2019

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In tanti anni mai avevo vissuto una simile esperienza. Giampaolo Tabarrini è un vero vulcano, un fiume in piena di aneddoti, degustazioni e filosofia. C'è molto di Nietzche in lui, della sua "stella danzante" presente in noi sin dalla nascita. Metodologie che hanno un sapore antico da "recherche du temps perdu" (per citare Proust), ma impiantate in una veste moderna praticamente inscalfibile.
Vengo accolto fin dalla porta di ingresso con quel senso di ospitalità di un amico che non vedevi da tempo. Bicchiere subito in mano, poche parole e via a far da assaggiatore ufficiale delle "anteprime delle anteprime". Tutti vini ancora in fermentini, made in 2018, per individuare da astuti maghi Merlino dell'enologia i possibili scenari (evolutivi) cantati da Cesare Cremonini.
Cantina hi-tech di un rilassante color acciaio smaltato, luci a led di intensità regolabile che garantiscono una rispondenza rifrattiva pari al 96%, quasi meglio della luce solare. Camminiamo lungo un sentiero satinato, per fermarci alla botte inox del trebbiano spoletino "Ad Armando", annata 2017. Giampaolo ha lo sguardo da Sfinge di chi segretamente pensa "bene ma non benissimo", ricordando le vette memorabili toccate nell'anno precedente, quando fu premiato dalla Guida Vitae con il massimo riconoscimento (4 VITI), entrando nell'Olimpo dei bianchi italiani. Io invece non riesco neanche a trovare le parole, avrei bisogno di sedermi con calma farmi preparare dalla sua mamma (la signora Franca) un piatto di salumi e formaggi locali e... tanti saluti a tutti. Invece non ho tempo neppure per respirare, perché subito piombo nell'assaggio del campione di botte 2018, ritenuto imperioso. Improvvisamente capisco quello sguardo, ascoltando sentori totalmente diversi; dalla frutta tropicale e idrocarburo che potrebbe alla lunga portare leggera stanchezza (alla lunga significa dopo le prime 2 bottiglie), si passa invece a una fragrante freschezza di pompelmo giallo, pera Williams e cedro del Libano (nonostante ancora 4 g/l di residuo zuccherino da svolgere). Fatto questo dovuto passaggio per il prodotto del futuro di Montefalco, che porterà lustro all'intera Denominazione, andiamo verso l'artiglieria pesante da bombarda medievale: i tre Sagrantini oggetto di culto tra gli appassionati, nati da tre diversi appezzamenti e con sensazioni completamente differenti.
Si parte col Campo alle Macchie, famoso per il lunghissimo riposo a contatto con le bucce (a volte quasi dodici mesi). Terreni rivolti a Est su due parcelle. Nessuna inoculazione di lieviti selezionati, niente malolattica, colore già perfettamente rubino e limpido, dotato al naso da furanolo in quantità industriale, piacevolissimo, di fragola in confettura e bocca di rosa alla Fabrizio De Andrè. I tannini sono sorprendentemente eleganti e setosi, vibrano pizzicando leggermente la punta della lingua e creano densità uniche. Seguitiamo verso il Colle Grimaldesco, molto più fresco e sapido del precedente, con vigneti più datati (ormai maggiorenni) dalla speziatura scura intensa e dai petali di rosa rossa delicati, avvertiti appena scavallata una chiusura nasale possente come uno scrigno delle meraviglie. Concludiamo infine il grand tour con il Campo alla Cerqua Sagrantino di Montefalco DOCG 2018, per complessivi 0,9 ettari, circa 2000 preziose bottiglie pluripremiate. La perfezione del concetto di Sagrantino dal colore scuro violaceo e olfatto di mora di rovo e radici con sbuffi balsamici al sapor mentolato. Sorso ampio, appagante, aromi di bocca di chinotto, pepe nero e amarene sotto spirito. Una palla di cannone che va dritta al cuore e che trasmette gioia di vivere. La stessa che mette da sempre l'irrefrenabile Giampaolo Tabarrini nei suoi vini e che mi fa capire il senso delle parole di Confucio: "Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la vita"

di Luca Matarazzo