Una “Sbarbatella”

Maria Germano (classe 2001) è una giovane e brillante enologa de le “Sbarbatelle”, associazione non-profit di produttrici di vino under 40.

a cura di Carmen Buongiovanni

Quale è stato il momento in cui hai intuito che questa era la “tua strada”?

“Ho la casa sopra la cantina e sin da piccola mi intrigava vedere papà che assaggiava in laboratorio
tanti bicchieri diversi. Sono stata sempre molto curiosa di capire cosa c’era veramente dentro al
bicchiere. A volte annusavo, assaggiavo bagnando le labbra e così è partito tutto”.

Il vino del cuore

“Ho la passione dei rossi quindi ad istinto dico “Nebbiolo”, di cui ultimamente sto scoprendo la
varietà della Valtellina, più fresco, tipico dei vini di montagna. Ma se penso all’estero rispondo
come il mio papà: sicuramente il Riesling in particolare quello della Mosella”.

Il vino che vorresti produrre e che ancora non c’è

“Senz’ombra di dubbio, un trockenbeerenauslese”.

Questo è un periodo un po’ particolare per il vino italiano sia per i dazi imposti dagli States che per le esportazioni in generale. Come tutto ciò ha influito sulle vostre vendite?

“Il nostro export verso gli Stati Uniti si aggira attorno al 25%. Abbiamo cominciato con la California
verso la fine degli anni ‘90, ora siamo presenti in circa venti stati. Da sempre ci è risultato
complicato trattare con loro dal punto di vista economico e in questo periodo, a causa dei dazi, la
flessione sembra essere più pesante. Contemporaneamente però, si stanno aprendo nuove
opportunità nel nuovo mondo e mercati asiatici”.

Come vedi la situazione attuale del vino in Italia e delle Langhe in generale considerato il decremento del consumo soprattutto tra i giovani?

“Il vino deve essere un prodotto semplice, immediato e diretto. Alla maggioranza dei giovani
sembra inavvicinabile. Loro partono dal presupposto di non sapere nulla e non sono invogliati ad
approfondire. Troppi termini complicati! Vini ancora lontani dal loro modo di essere. Il nostro
compito è quello di farli avvicinare sottolineando il ruolo sociale che il vino ha e ha sempre avuto.
C’è ancora molto da investire sulla formazione ma anche sull’informazione. Io partirei proprio
dalla cantina”.

Il Barolo ha subito una profonda trasformazione rispetto a quello che era un secolo fa. È pronto ad un ulteriore mutamento?

“Sicuramente sì ma senza snaturarlo. È vero che cambia il gusto del consumatore ma cambia anche
quello del produttore, in più c’è il global warming che per il Barolo non credo sia stato tanto
negativo. Ora si producono vini pronti sin da subito”.

Cosa pensi dei NoLo?

“Non credo sia il futuro anche perché, per me, non è la soluzione per controllare il consumo di alcol
in generale. In questi “vini” puoi sentire acidità o tannicità ad esempio ma non avrai mai la
complessità e l’unicità dei vini tradizionali.

Inoltre tolto l’alcol come lo conservo un vino? Aggiungo solfiti? “.

… e dei PIWI?

“Siamo un’ azienda sperimentale sia come cantina che vigna ma ad oggi non abbiamo ancora
intrapreso questa strada. Se riuscissi a trovare delle barbatelle o anche dei portainnesti resistenti
alle malattie frequenti nella zona “Alta Langa” sarei interessata a provarli”.

Italia- Francia chi vince e perché?

“Come qualità ed eterogeneità dei prodotti sicuramente vince l’Italia ma credo che dobbiamo
prendere ispirazione dalla Francia dal punto di vista della comunicazione, non li batte nessuno!”.

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